Il mio sistema ad un certo punto ha detto basta
Mi rendevo conto che con la dieta ferrea e l’allenamento intenso avevo una stanchezza cronica.
Mi sentivo come se stessi facendo una gara di cui non vedevo il traguardo.
Passo dopo passo mi sentivo sempre più pesante.
I dolori, muscolari o meno, non passavano.
Li accumulavo.
Se normalmente una corsa mi lasciava le gambe pesanti per uno o due giorni,
qui iniziavano a durare settimane.
Avevo una fame incontrollabile.
Capitavo in episodi di binge eating in cui passavo dal divano ad essere catapultato in cucina a scofanarmi etti di affettato, sacchetti di patatine, montagne di dolci.
Il sonno, che era sempre stato un mio punto di forza (perché dove mi appoggiavo dormivo), iniziava a essere disturbato.
L’orologio al polso mi segnava continui dormiveglia.
Ero spesso irritabile.
Capriccioso, oserei dire.
Come mia figlia piccola di due anni quando è troppo stanca e fa i capricci persino per mettersi le sue calzine preferite.
E mentre tutti i segnali del mio sistema mi dicevano “stai sbagliando strada”,
io facevo di tutto per imboccarla con ancora più forza.
Ero stanco?
“Sono un debole. Allenati di più o finisce anche questa dieta.”
Mangiavo troppo?
“Sono un ingordo. Il prossimo pasto mezza porzione o finisce anche questa dieta.”
Non mi vedevo dimagrito?
“Sono un fallimento. Raddoppia gli sforzi o finisce anche questa dieta.”
Rispondevo a ogni segnale del corpo con più violenza.
Curioso, vero?
Questo sarebbe stato il consiglio che avrei dato a un mio amico con questi sintomi?
Direi proprio di no.
Da buon analizzatore di processi, ogni sintomo porta a una causa.
Ma su di me io semplificavo tutto.
Trattavo il mio corpo come una macchina:
più benzina → più chilometri.
Senza pensare che troppa benzina, quando il serbatoio è ormai già stracolmo, esce dal veicolo e può semplicemente farle prendere fuoco.
Da una parte volevo mangiare meno per dimagrire.
Dall’altra, mangiando meno, avevo meno energie per allenarmi bene.
Ma nonostante avessi meno energie, volevo allenarmi di più per meritarmi più cibo.
E allenandomi di più avevo ancora meno energie per fare le scelte giuste.
Avevo la mente che tirava due leve opposte contemporaneamente.
Un braccio di ferro destinato a non far vincere nessuno.
E in quello stato di tensione, con poche energie per fare la scelta giusta, succedeva sempre qualcosa…
A volte un piccolo infortunio che mi teneva lontano dallo sport per una settimana, e andavo in crisi perché avevo perso la mia leva compensatrice per il cibo.
A volte un attacco di fame incontrollata che mi faceva mangiare il fabbisogno energetico di un paio di giorni.
A volte un crollo totale di motivazione quando sulla bilancia pesavo uguale nonostante settimane di sacrifici.
Non stavo fallendo perché incapace di seguire una dieta.
Stavo sovraccaricando un sistema già instabile che non permetteva errori.
Ogni variabile che forzavo peggiorava tutte le altre.
Ancora oggi non ascolto sempre il mio corpo.
Non è facile.
Specialmente quando il mondo esterno ti consuma energie e non ti permette di fare “la scelta giusta”, ma solo la scelta che umanamente riesci a fare.
Non avevo bisogno di più disciplina.
Avevo bisogno di un sistema che non si rompesse sotto carico.
E finché continuavo a trattare mente, cibo e sport come cose separate,
avrei continuato a essere io il primo a pagare il prezzo.
Questo non è il punto in cui ho trovato la soluzione.
È il punto in cui ho capito che il problema
non era la dieta,
non era lo sport,
non era la mia forza di volontà.
Era il sistema che stavo usando.
Queste cinque pillole non servono a insegnarti cosa fare.
Servono a farti vedere le radici
di perché quello che hai sempre fatto non ha mai retto davvero.
Se ti sei riconosciuto in più punti,
non c’è niente da correggere adesso.
C’è solo da non ignorarlo più.
👉 Questo chiude Le Radici.
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